Collasso Tech

Filosofia dal Futuro #6

Ciao! Eccoci al sesto episodio di Filosofia dal Futuro.

Oggi vi parleremo di collasso tecnologico attraverso un articolo di Alessandro Y. Longo. Vi siete mai chiesti quante persone sono coinvolte nella costruzione del telefono che tenete tra le vostre mani?

Ancora una volta, il destino dell’umanità e il destino del pianeta si ritrovano intrecciati. Sarà possibile fermare il Collasso Tech?

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Collasso Tech

di Alessandro Y. Longo

È necessaria una intera civiltà per costruire un iPhone. Il design e il progetto vengono dalla assolata California, il chip audio viene dal Texas e lo schermo da un’azienda del Kentucky che tuttavia produce in Giappone e a Taiwan. I materiali che creano i campi magnetici, le terre rare, vengono dalle miniere della Mongolia. I 5-10 grammi di cobalto necessari provengono invece probabilmente dalle miniere del Congo, in Africa centrale, estratto a mano usando di frequente manodopera minorile. Ingegneri coreani lavorano ai microchip che Apple usa e alle funzionalità touch dello schermo mentre un’azienda franco-italiana in Svizzera lavora sul giroscopio, il sensore di movimento del dispositivo. Tutte queste componenti vengono messe insieme efficientemente dalle fabbriche in Cina, come quella della Foxconn, dove i lavoratori e le lavoratrici dormono dentro gli stabilimenti.

Un qualsiasi dispositivo tecnologico contemporaneo - con le dovute differenze - concentra queste differenze. Come l’idea di piega sviluppata da Deleuze, un dispositivo raccoglie i reami del microscopico e del macroscopico, dalla conoscenza degli ingegneri coreani alla stratificazione dei minerali nel sottosuolo. Questo dominio complesso di relazioni viene concretizzato in un artefatto digitale: catene di approvvigionamento globali sono necessarie per farci giocare a Candy Crush sull’autobus. Vecchia lezione della storia militare: più le catene di approvvigionamento diventano lunghe, più diventano fragili. 

E se questa fragilità diventasse insostenibile? In un mondo in cui, tra ottant’anni, le estati dureranno circa sei mesi, uno scenario del genere potrebbe non essere così lontano. Se vi sembra una prospettiva troppo catastrofica o collassista, avete ragione. Prendiamolo come un esperimento mentale, di quelli che qui su Speculum! ci piace sottoporre. Sappiamo che le temperature del pianeta aumenteranno di almeno 2°C , secondo le ipotesi più ottimistiche. In una situazione del genere, non è difficile immaginare il caos politico che ne seguirà e gli sconvolgimenti che avverranno in tutto il mondo. Inoltre, dato il recente "scandalo" sul consumo energetico della tecnologia NFT, un esercizio del genere può essere utile per comprendere l'impatto ambientale dei dispositivi e delle tecnologie che già usiamo.


Non si tratta di un esercizio di immaginazione particolarmente estremo dal momento che eventi del genere hanno già avuto luogo in varie parti del mondo. Nel settembre 2017, quando l’uragano Maria ha colpito Porto Rico, le infrastrutture energetiche e delle telecomunicazioni sono state profondamente danneggiate. L'uragano Maria ha abbattuto 1.360 delle 1.600 torri per le comunicazioni di Porto Rico e l'85% dei cavi telefonici e internet in superficie, secondo i dati di NOVA: un collasso quasi totale del sistema ICT della piccola isola. Il crollo delle comunicazioni, l’impossibilità di comunicare tramite i sofisticati dispositivi che abbiamo creato ha moltiplicato il peso del disastro ambientale. Ancora, lo scorso febbraio, quando una tempesta di neve e un’ondata di gelo ha bloccato il Texas, la rete elettrica dello stato americano ha fallito completamente nel suo scopo. Le temperature hanno portato la domanda di elettricità a un nuovo record invernale che ha superato anche lo scenario di domanda "estrema" previsto. Poi decine di centrali a gas naturale e alcune turbine eoliche sono andate rapidamente fuori linea, facendo precipitare la rete del Texas nella crisi. I tubi dell’acqua, i pozzi di gas naturale e le stesse strade hanno subito danni rilevanti per il freddo, aggravando ulteriormente la situazione.

Al picco della crisi, oltre 5 milioni di persone in Texas sono rimaste senza corrente, alcune per più di tre giorni. Dopo anni di politiche di privatizzazione dell’energia, è quasi scontato dire che queste interruzioni siano state avvertite in modo sproporzionato nelle aree a basso reddito e nei quartieri dove vivono le minoranze. Sa va sans dire, senza il necessario supporto energetico, la possibilità di rimanere connessi di queste aree è svanita, isolandole dal resto del paese. 


Un ulteriore esempio di collasso, per quanto più localizzato, è il recente incendio di un datacenter Ovh a Strasburgo: come ha titolato Wired, “un pezzo di Internet” che prende fuoco. Ovh è la più grande compagnia europea per servizi cloud e hosta sui propri server circa 1.5 milioni di pagine web, che si sono ritrovate down per i giorni successivi (per esempio il sito del Centre Pompidou di Parigi). Si sospetta anche che diversi dati, rimasti senza backup, rischiano di essere persi per sempre. L’incendio del server Ovh può essere letto come un doloroso promemoria di quanto sia fisica la smaterializzazione economica e digitale che stiamo vivendo. Cosa succederebbe se sparissero i servizi online che ospitano i vostri dati medici? Se, a causa di un problema con i server, non si potesse più accedere alla pubblica amministrazione o al proprio servizio bancario?


È impossibile pensare che questi avvenimenti non si ripeteranno, probabilmente in forma peggiore. Il collasso tech è bifronte: da una parte potrebbero venire meno le infrastrutture telecomunicative, i network che ci collegano o le fonti di energia che li alimentano, come negli esempi di cui sopra; dall’altra, a venir meno potrebbero essere le risorse computazionali di cui siamo circondati: tablet, smartphones e laptop potrebbero ritornare beni di lusso.

In La guerra dei metalli rari, Guillaume Pitron ha documentato la dipendenza dell’intera industria tech dalle provviste di metalli rari, la cui estrazione è stata “delocalizzata” in Cina, in Sud America e in Africa portando con sé instabilità politica e grande inquinamento. L’Occidente è dipendente da tali risorse: se, per ragione ambientali o politiche, uno di questi paesi interrompesse i suoi scambi di terre rare con l’Europa e gli USA, potremmo vivere una vera situazione di scarsità digitale. In modo simile alla crisi petrolifera del 1973 o allo shock energetico del 1979, possiamo immaginare un periodo di austerità digitale, in cui l’accesso alle risorse digitali potrebbe essere razionato o limitato dalle autorità, con lunghe file per accedere ai servizi online fondamentali. Potrebbero essere posti limiti ai dispositivi acquistabili: un laptop a famiglia etc. La Cina ha di fatto un monopolio sulle terre rare, più di quanto l’OPEC lo avesse sul petrolio negli anni ‘70: da questo ruolo di potere, non si capisce perché l’Impero di Mezzo non dovrebbe sfruttare questo vantaggio a suo favore. Nel 2019, all’apice della guerra commerciale tra Cina e Donald Trump, la Cina minacciò di interrompere l’export di terre rare calmando il despota newyorchese e frenando la forza delle sue minacce. 

Una svolta storica del genere potrebbe persino avere effetti positivi sulla consapevolezza collettiva: come lo shock petrolifero mise, in parte, un freno ai sogni sviluppisti del boom economico, uno shock digitale ci ricorderebbe quanto sia importante l’aspetto materiale della rivoluzione digitale. La follia dell'obsolescenza programmata potrebbe venire ulteriormente limitata, mettendo in luce l’importanza di quello che è stato chiamato il diritto alla riparazione. In una situazione estrema, dovremmo imparare a prendere confidenza con i nostri device e disseminare le conoscenze necessarie alla manutenzione, magari facendoci finanziare dalle aziende che hanno spudoratamente venduto device dalla vita breve per decenni. 


Ciascuno di questi scenari, a seconda di quanto sarà severo e grave, richiederà un ripensamento del nostro rapporto con la tecnologia. In un cortocircuito temporale, potremmo vedere le tecnologie adatte per il futuro ritornare dal nostro passato. È il caso di Collapse OS: un sistema operativo pensato per sopravvivere ad una catastrofe. Lo scopo dichiarato di Collapse OS è “preservare la capacità di programmare microcontrollori attraverso il collasso della civiltà”.

Che cosa si aspetta dal futuro l’ingegnere paranoico dietro questo progetto? Sul sito di Collapse OS è descritto uno scenario molto simile a quello di cui abbiamo parlato finora. Entro il 2030 le supply chains non ce la faranno più, il limite di 2 °C in più è la previsione più ottimistica e, ciò nonostante, creerà eventi non controllabili nei limiti della nostra società. L’estrazione di petrolio ha raggiunto o raggiungerà a breve il suo apice, il cosiddetto peak oil, e la scarsità energetica in cui finiremo non ci permetterà di intraprendere in tempo la svolta sostenibile di cui abbiamo bisogno. L’idea di CollapseOs può essere ricondotta all’idea della Deep Adaption, una strategia a lungo termine che prende sul serio le previsione catastrofiche che arrivano, ai nostri giorni, dalla comunità scientifica e non solo da qualche fanatico appassionato di bunker. La Deep Adaption è l’idea per cui l’umanità possa sopravvivere al collasso della civiltà capitalistica. La distruzione del sistema non è un tunnel diretto per l’estinzione ma potrebbe attivare forze positive e costruttive, nuove idee e organizzazioni in grado di navigare l’instabilità della catastrofe. È lo stesso mood dello slogan apparso in diversi centri delle rivolte globali del 2019-20: Parigi, il Chile, Minneapolis. L’idea è semplice e radicale: un’altra fine del mondo è possibile

Collapse OS unisce lo spirito open-source con il survivalismo post-apocalittico. Si tratta di un sistema operativo progettato per “funzionare su macchine minime e improvvisate”, magari “costruita da parti di scarto con strumenti a bassa tecnologia.” Collapse OS permetterà di interfacciarsi con tastiere e display improvvisati, leggere, scrivere e memorizzare dati e anche assemblare sé stesso per essere distribuito su un’altra macchina. Secondo il suo creatore, il sistema vuole essere “il più autonomo possibile. Con una copia di questo progetto, una persona capace e creativa dovrebbe essere in grado di riuscire a costruire e installare Collapse OS senza risorse esterne (cioè internet) su una macchina di sua progettazione (magari composta da parti di scarto)”. Inoltre, Collapse OS può assemblare processori (gli Z80) da 8 bit: una tecnologia molto limitata rispetto a quella che usiamo oggi e che veniva impiegata in vari ambiti tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80. Il creatore del progetto l’ha preferita per la sua solidità e semplicità, come a dimostrare che alcune risposte ai problemi del futuro, possono essere trovate attraverso una tecnologia passata. Se volete provare Collapse OS c’è un simulatore online, anch’esso dal sapore retrò e dall’estetica simil-Fallout. 


Forse la risposta al collasso hi-tech è l’adattismo low-tech di cui Collapse OS è un esempio. Tecnologie non perfette e tecnologie che si adattano all’ambiente circostante, con le sue criticità senza cercare nuovamente di modellarlo a propria immagine. Un altro straordinario esempio di questa attitudine è Low-Tech Magazine, un sito alimentato a pannelli solari: per questa ragione, ogni tanto potreste trovarlo offline (il sito è stato persino stampato interamente in un libro). Anche il design di Low-Tech Magazine è più spartano possibile, con una pagina statica e dal sapore retrò per risparmiare spazio ed energia. Il sito esplora molte tecnologie “obsolete” o alternative poco raffinate che però si possono rivelare utili per un futuro davvero sostenibile, in cui inevitabilmente il “progresso” è dovuto arretrare di qualche passo. Quello che oggi viene bollato come anacronistico dai tecno-ottimisti, potrebbe in realtà essere l’alternativa migliore per il futuro. Rompere il determinismo tecnologico in cui viviamo, per cui l’alternativa migliore è sempre quella più sofisticata e avanzata, per cui i problemi vanno sempre inquadrati come “problemi tecnici” passa anche dall’immaginazione di questi contro-futuri e di passati alternativi. Per riassumere con una parola, potremmo chiamare salvagepunk questa attitudine. Questo termine, coniato dall’autore di fantascienza China Miéville, gioca sul significato dell’inglese salvage: il termine, come nome, significa resti, rottami mentre come verbo può essere tradotto con salvare, mettere al sicuro qualcosa di danneggiato.

Il salvagepunk è sia un genere letterario che un’attitudine verso i disastri del passato e del futuro: esemplificato da film come Mad Max o dai romanzi dello stesso Miéville, il salvagepunk immagina mondi futuri in cui l’umanità riparte dagli scarti della nostra società, crea strategie creative di adattamento post-collasso e ricostruire una nuova tecnica. Come il progetto Collapse OS o Low-Tech Magazine dimostrano, ci sono tecnologie abbandonate nel passato da cui possiamo ancora imparare molto: l’immondizia potrebbe essere la via maestra per la rivoluzione. Serve una civiltà per costruire l’iPhone: una civiltà fragile, materiale, ingiusta ed ecocida. Da questa civiltà, possiamo ancora uscire vivi. Quando la distopia si trova nei rapporti ufficiali dei governi o delle agenzie per il clima, è ai limiti della nostra cronostoria che dobbiamo cercare l’utopia e la speranza. Rovistando tra questi limiti, potremmo concretizzare e progettare la nostra fuga.